826-2026: ecco “Bugella”, l’antico arcipelago-Biella
Il nome Biella, ossia “Bugella”, compie 1200 anni.
Ci fu un tempo in cui la foresta dominava il nostro paesaggio
“Bugella” era un arcipelago di cascine e non tutti i biellesi erano uomini liberi
Tra meno di un mese, più precisamente il 10 luglio prossimo venturo, la parola Biella compirà 1200 anni. Attenzione, la ricorrenza è quella del nome, non quella della “città”. Biella, ossia quel che era Biella, esisteva già (anche se non sappiamo esattamente che cosa fosse). Ma il 10 luglio 826, Ludovico detto “il Pio” e suo figlio Lotario imperialmente regnanti, Biella esordiva nella Storia su un documento in cui si legge il toponimo “Bugella”, cioè noi. Il diploma imperiale che ha fatto entrare Biella nel flusso degli eventi storici documentati è già apparso nella storiografia locale da più di un secolo e mezzo, ma non è mai stato a Biella. Sì, proprio così: il documento originale che ha consegnato ai posteri “Bugella”, a quanto pare, non è mai stato da queste parti. Si trova a Parma, presso l’Archivio di Stato della città emiliana, fin dai tempi di Napoleone. Prima era a Piacenza, nell’abbazia di San Sisto, ma non è chiaro come sia arrivato laggiù. E questo, va da sé, non è l’unico elemento a rendere interessante il diploma in oggetto. Che è un concentrato di domande. E alcune delle risposte non sono esattamente tali, ma piuttosto l’innesco per altri quesiti. Si può leggere il documento presso la Biblioteca Civica di Biella dove si conservano due riproduzioni fotografiche volute da Quintino Sella nel 1870 allo scopo di consentire ai biellesi di studiare il diploma senza doversi recare a Parma. È redatto in una particolare grafia ancora sensibilmente merovingia, per quanto all’inizio del IX secolo ci fosse già la carolina. Gli interrogativi non riguardano solo la paleografia o la diplomatica della cancelleria imperiale di allora o, in senso stretto, la Storia. Hanno a che fare, invece, con il passato, il presente e il futuro di questo territorio e della gente che ci ha vissuto, ci vive e ci vivrà. Una fonte del genere, a distanza di dodici secoli, induce a riflettere sulle tracce che abbiamo lasciato, quelle che stiamo lasciando e quelle andremo a lasciare. Dei biellesi di allora sappiamo poco e, per provare a farci un’idea, non abbiamo di meglio che applicare “modelli” (naturalmente affidabili, elaborati da specialisti), ma la realtà è che il diploma di “Bugella” è un messaggio nella bottiglia lanciata nel mare del tempo. C’è qualcosa di suggestivo, in quella antica scrittura, che deriva dal suo rappresentare un’emersione dal buio. Prima le tenebre, quindi una breve luce che illumina queste terre da Ingelheim, una cittadina lungo il Reno dove gli imperatori avevano uno dei loro palazzi. Immediatamente dopo, altra l’oscurità. Per incontrare di nuovo “Bugella” si deve attendere un documento analogo, quello di Carlo detto “il Grosso” datato a Pavia il 16 marzo dell’882. Per cinquantasei anni, Biella è scomparsa. Una condizione che appare incomprensibile con la prospettiva della modernità. Il continuum cui siamo abituati si sfalda più si torna indietro e, altro aspetto da considerare, non siamo nemmeno sicuri che non siano esistite tracce intermedie andate perdute. Ma se il passato si presenta discontinuo si può proiettare, oltre al nostro presente così denso e documentato, la stessa discontinuità nell’avvenire? Saremo ancora una volta esclusi? La Storia ci passerà di nuovo accanto senza trascinarci con sé? E questa non risulta l’unica frammentazione che si coglie dal testo. La descrizione del territorio biellese che si scopre in quelle righe offre una panoramica di “Bugella” che si fatica a confrontare con quella di Biella. A dire il vero, le due realtà non hanno nulla a che spartire Urbana, la nostra, agreste quella che gli imperatori diedero al loro fidato conte Bosone. E “Bugella” non era una cittadina di campagna. Era campagna. Una curtis, una grande azienda agricola, con cascine attorno (i mansi). Il diploma conferma l’algoritmo strutturale che si studia nelle scuole, ma non ci dice niente di “effettivo” su come fosse l’area di Biella di allora, ma ci presenta un sistema abitativo discontinuo. Per usare un termine che ormai si è imposto nella “culturarte” nostrana, “Bugella” doveva essere non tanto un’isola, quanto un arcipelago. Segmenti sparsi di stanzialità umana generata da una stratificazione di civiltà e di barbarie. Biella aveva ancora memoria della romanità, del remoto splendore (resti di edifici, di strade, di templi, di tombe), ma con le distorsioni dovute ad altri popoli che si sono sovrapposti. Gli ultimi erano stati i longobardi, poi i franchi di Carlo Magno. Segmenti sparsi di un poligono non chiuso: non una fortezza, non una difesa impenetrabile. Ciò che, a volte sì a volte no, salvò “Bugella” fu forse il suo essere appartata, discosta, avvolta e protetta dalle foreste. Dall’epoca delle “aufondinae” di “Victimulae” non c’era più stata molta gente quassù. Ma nell’826 le miniere d’oro della Bessa si erano esaurite da quasi mille anni. Esattamente come oggi, a Biella bisognava venirci apposta, nessuno passava da qui, se non qualche cacciatore e/o pastore che valicava le montagne per evitare il piano. Avremmo riconosciuto le montagne, quelle sì, quelle non sono cambiate. Più boscose senz’altro e selvagge (linci, lupi, orsi…), ma le cime erano già quelle attuali. Ma orientarsi tra gli alberi fitti… L’industria, causa ed effetto della più evidente deformazione plastica dell’ambiente biellese, non faceva parte dell’arcipelago. Niente ciminiere né capannoni a shed attorno alla zona urbana (che non c’era…) e nelle valli circostanti. Niente campanili di chiese, niente cupolone a Oropa. Niente torri. La Biella che Bosone aveva ricevuto in permuta mancava di verticalità. I biellesi non riuscivano a staccarsi dal suolo. Il diploma tramanda un’esistenza piatta, ma non nel senso di noiosa… Condividevano la più umile orizzontalità con i loro animali, senza murature o quasi, se non vestigia dirute e, magari, cannibalizzate per erigere semplicissime architetture dove il legno e la paglia erano i materiali dominanti. Eppure, il documento del 10 luglio 826 pone quel quasi niente che era “Bugella” nel contesto di un’Europa che sperimentava un rinnovato spirito imperiale, per quanto già al tramonto, dopo l’apice toccato la notte di Natale dell’anno 800. Il tessuto del tempo sarà stato pure lacero, ma quello dei luoghi era integro e sorprendentemente ampio. C’è una duplice dimensione nel documento: località e globalità. Tra le righe, tra i prati e le vigne che (forse) c’erano a Biella, si vedono lande lontanissime, quelle olandesi del villaggio di Beek (Nimega) del sassone (?) Bosone. Lui, il nuovo padrone che, forse (un altro forse…), non vide mai il suo possedimento biellese. E c’è ancora altro, “dentro” quella pergamena. C’è un popolo, quello dei nostri antenati, che viveva in stato di sottomissione. C’erano uomini liberi, si fa per dire, e poi c’erano i servi, ossia schiavi. Il mondo cambia e ci sono state lotte reiterate per uscire dalla schiavitù negli ultimi dodici secoli. Un percorso che i biellesi del IX secolo non potevano immaginare. Un traguardo raggiunto che, per molti versi, diamo per scontato. Che cosa ci riserva il futuro? Ancora libertà o altra servitù? Il diploma, infine, si incastra nel rado mosaico dell’archeologia di quel periodo come una tessera mancante. Non completa l’immagine, ma contribuisce a renderla meno vaga. Chi scava ha, per il momento, trovato ben poco in quella fascia cronologica e il documento lega e collega un ante e un post dove Biella era già e sarebbe stata presente. Anche in questo c’è una potente suggestione. La terra non ha ancora restituito prove concrete della biellesità ma, per tornare alla metafora della luce, c’è un lembo di pelle di pecora “sporco” di inchiostro che illumina un angolo oscuro della Storia e ci informa che, da qualche parte, in qualche modo, c’era un posto che si chiamava “Bugella”. E che, sebbene per poco, “Bugella” è stata sulla bocca e sulla punta della penna di due imperatori e di un ignoto scrivano nella “aula regia” della reggia di Ingelheim. Un quarto d’ora di celebrità altomedioevale. Un destino speciale, comunque. Non a tutte le piccole comunità come la nostra è stata data una opportunità simile. Non si tratta di un merito specifico, solo dell’agire del caso. Ma la nostra consapevolezza diventa una vera opportunità. Non soltanto per far nostra un’eccezionale ricorrenza, ma per riflettere sul senso del tempo che scorre e di quanto la nostra vita sia esigua al cospetto di un “compagno di viaggio” che ci accompagna da milleduecento anni e che, dopo tanto tempo, racconta qualcosa di noi.