Biella da 1200 anni Bugella 826-2026
Questa pagina contiene gli articoli di Danilo Craveia pubblicati da “Eco di Biella” tra il 15 giugno e il 6 luglio 2026.
826-2026: ecco “Bugella”, l’antico arcipelago-Biella
Il nome Biella, ossia “Bugella”, compie 1200 anni.
Ci fu un tempo in cui la foresta dominava il nostro paesaggio
“Bugella” era un arcipelago di cascine e non tutti i biellesi erano uomini liberi

Il dettaglio del diploma originale in cui si legge “in villa quae dicitur bugella”: la prima menzione scritta di Biella.

Il paesaggio di Biella del IX secolo elaborato dall’AI: un lavoro di “sottrazione” che ha portato a una evidente rarefazione.

Uno dei pannelli informativi presenti ad Ingelheim am Rhein, dove è nato il diploma imperiale del 10 luglio 826. Nell’immagine si nota la ricostruzione del palazzo imperiale.

Il battistero che tutti conosciamo dovrebbe essere il monumento più antico di Biella: il documento dell’826 è di almeno un secolo più lontano nel tempo.
Tra meno di un mese, più precisamente il 10 luglio prossimo venturo, la parola Biella compirà 1200 anni. Attenzione, la ricorrenza è quella del nome, non quella della “città”. Biella, ossia quel che era Biella, esisteva già (anche se non sappiamo esattamente che cosa fosse). Ma il 10 luglio 826, Ludovico detto “il Pio” e suo figlio Lotario imperialmente regnanti, Biella esordiva nella Storia su un documento in cui si legge il toponimo “Bugella”, cioè noi. Il diploma imperiale che ha fatto entrare Biella nel flusso degli eventi storici documentati è già apparso nella storiografia locale da più di un secolo e mezzo, ma non è mai stato a Biella. Sì, proprio così: il documento originale che ha consegnato ai posteri “Bugella”, a quanto pare, non è mai stato da queste parti. Si trova a Parma, presso l’Archivio di Stato della città emiliana, fin dai tempi di Napoleone. Prima era a Piacenza, nell’abbazia di San Sisto, ma non è chiaro come sia arrivato laggiù. E questo, va da sé, non è l’unico elemento a rendere interessante il diploma in oggetto. Che è un concentrato di domande. E alcune delle risposte non sono esattamente tali, ma piuttosto l’innesco per altri quesiti. Si può leggere il documento presso la Biblioteca Civica di Biella dove si conservano due riproduzioni fotografiche volute da Quintino Sella nel 1870 allo scopo di consentire ai biellesi di studiare il diploma senza doversi recare a Parma. È redatto in una particolare grafia ancora sensibilmente merovingia, per quanto all’inizio del IX secolo ci fosse già la carolina. Gli interrogativi non riguardano solo la paleografia o la diplomatica della cancelleria imperiale di allora o, in senso stretto, la Storia. Hanno a che fare, invece, con il passato, il presente e il futuro di questo territorio e della gente che ci ha vissuto, ci vive e ci vivrà. Una fonte del genere, a distanza di dodici secoli, induce a riflettere sulle tracce che abbiamo lasciato, quelle che stiamo lasciando e quelle andremo a lasciare. Dei biellesi di allora sappiamo poco e, per provare a farci un’idea, non abbiamo di meglio che applicare “modelli” (naturalmente affidabili, elaborati da specialisti), ma la realtà è che il diploma di “Bugella” è un messaggio nella bottiglia lanciata nel mare del tempo. C’è qualcosa di suggestivo, in quella antica scrittura, che deriva dal suo rappresentare un’emersione dal buio. Prima le tenebre, quindi una breve luce che illumina queste terre da Ingelheim, una cittadina lungo il Reno dove gli imperatori avevano uno dei loro palazzi. Immediatamente dopo, altra l’oscurità. Per incontrare di nuovo “Bugella” si deve attendere un documento analogo, quello di Carlo detto “il Grosso” datato a Pavia il 16 marzo dell’882. Per cinquantasei anni, Biella è scomparsa. Una condizione che appare incomprensibile con la prospettiva della modernità. Il continuum cui siamo abituati si sfalda più si torna indietro e, altro aspetto da considerare, non siamo nemmeno sicuri che non siano esistite tracce intermedie andate perdute. Ma se il passato si presenta discontinuo si può proiettare, oltre al nostro presente così denso e documentato, la stessa discontinuità nell’avvenire? Saremo ancora una volta esclusi? La Storia ci passerà di nuovo accanto senza trascinarci con sé? E questa non risulta l’unica frammentazione che si coglie dal testo. La descrizione del territorio biellese che si scopre in quelle righe offre una panoramica di “Bugella” che si fatica a confrontare con quella di Biella. A dire il vero, le due realtà non hanno nulla a che spartire Urbana, la nostra, agreste quella che gli imperatori diedero al loro fidato conte Bosone. E “Bugella” non era una cittadina di campagna. Era campagna. Una curtis, una grande azienda agricola, con cascine attorno (i mansi). Il diploma conferma l’algoritmo strutturale che si studia nelle scuole, ma non ci dice niente di “effettivo” su come fosse l’area di Biella di allora, ma ci presenta un sistema abitativo discontinuo. Per usare un termine che ormai si è imposto nella “culturarte” nostrana, “Bugella” doveva essere non tanto un’isola, quanto un arcipelago. Segmenti sparsi di stanzialità umana generata da una stratificazione di civiltà e di barbarie. Biella aveva ancora memoria della romanità, del remoto splendore (resti di edifici, di strade, di templi, di tombe), ma con le distorsioni dovute ad altri popoli che si sono sovrapposti. Gli ultimi erano stati i longobardi, poi i franchi di Carlo Magno. Segmenti sparsi di un poligono non chiuso: non una fortezza, non una difesa impenetrabile. Ciò che, a volte sì a volte no, salvò “Bugella” fu forse il suo essere appartata, discosta, avvolta e protetta dalle foreste. Dall’epoca delle “aufondinae” di “Victimulae” non c’era più stata molta gente quassù. Ma nell’826 le miniere d’oro della Bessa si erano esaurite da quasi mille anni. Esattamente come oggi, a Biella bisognava venirci apposta, nessuno passava da qui, se non qualche cacciatore e/o pastore che valicava le montagne per evitare il piano. Avremmo riconosciuto le montagne, quelle sì, quelle non sono cambiate. Più boscose senz’altro e selvagge (linci, lupi, orsi…), ma le cime erano già quelle attuali. Ma orientarsi tra gli alberi fitti… L’industria, causa ed effetto della più evidente deformazione plastica dell’ambiente biellese, non faceva parte dell’arcipelago. Niente ciminiere né capannoni a shed attorno alla zona urbana (che non c’era…) e nelle valli circostanti. Niente campanili di chiese, niente cupolone a Oropa. Niente torri. La Biella che Bosone aveva ricevuto in permuta mancava di verticalità. I biellesi non riuscivano a staccarsi dal suolo. Il diploma tramanda un’esistenza piatta, ma non nel senso di noiosa… Condividevano la più umile orizzontalità con i loro animali, senza murature o quasi, se non vestigia dirute e, magari, cannibalizzate per erigere semplicissime architetture dove il legno e la paglia erano i materiali dominanti. Eppure, il documento del 10 luglio 826 pone quel quasi niente che era “Bugella” nel contesto di un’Europa che sperimentava un rinnovato spirito imperiale, per quanto già al tramonto, dopo l’apice toccato la notte di Natale dell’anno 800. Il tessuto del tempo sarà stato pure lacero, ma quello dei luoghi era integro e sorprendentemente ampio. C’è una duplice dimensione nel documento: località e globalità. Tra le righe, tra i prati e le vigne che (forse) c’erano a Biella, si vedono lande lontanissime, quelle olandesi del villaggio di Beek (Nimega) del sassone (?) Bosone. Lui, il nuovo padrone che, forse (un altro forse…), non vide mai il suo possedimento biellese. E c’è ancora altro, “dentro” quella pergamena. C’è un popolo, quello dei nostri antenati, che viveva in stato di sottomissione. C’erano uomini liberi, si fa per dire, e poi c’erano i servi, ossia schiavi. Il mondo cambia e ci sono state lotte reiterate per uscire dalla schiavitù negli ultimi dodici secoli. Un percorso che i biellesi del IX secolo non potevano immaginare. Un traguardo raggiunto che, per molti versi, diamo per scontato. Che cosa ci riserva il futuro? Ancora libertà o altra servitù? Il diploma, infine, si incastra nel rado mosaico dell’archeologia di quel periodo come una tessera mancante. Non completa l’immagine, ma contribuisce a renderla meno vaga. Chi scava ha, per il momento, trovato ben poco in quella fascia cronologica e il documento lega e collega un ante e un post dove Biella era già e sarebbe stata presente. Anche in questo c’è una potente suggestione. La terra non ha ancora restituito prove concrete della biellesità ma, per tornare alla metafora della luce, c’è un lembo di pelle di pecora “sporco” di inchiostro che illumina un angolo oscuro della Storia e ci informa che, da qualche parte, in qualche modo, c’era un posto che si chiamava “Bugella”. E che, sebbene per poco, “Bugella” è stata sulla bocca e sulla punta della penna di due imperatori e di un ignoto scrivano nella “aula regia” della reggia di Ingelheim. Un quarto d’ora di celebrità altomedioevale. Un destino speciale, comunque. Non a tutte le piccole comunità come la nostra è stata data una opportunità simile. Non si tratta di un merito specifico, solo dell’agire del caso. Ma la nostra consapevolezza diventa una vera opportunità. Non soltanto per far nostra un’eccezionale ricorrenza, ma per riflettere sul senso del tempo che scorre e di quanto la nostra vita sia esigua al cospetto di un “compagno di viaggio” che ci accompagna da milleduecento anni e che, dopo tanto tempo, racconta qualcosa di noi.
I primi veri biellesi? Rotofredo fu Adone e don Fiorenzo “de Buiella”
Il diploma di Bosone induce a cercare i primi biellesi documentati
A “Buiella” nel 988 c’era una vigna in località “Lado” e un campo alla “Faiola”
Gli antichi documenti biellesi negli “Historiae Patriae Monumenta”

Il documento del 988 conservato presso l’Archivio Storico del Capitolo di Santo Stefano di Biella.

Resti della romanità nostrana al Museo del Territorio Biellese.

Un notaio medievale da un codice miniato.

Un vignaiolo medievale da un codice miniato.
Quello di Bosone, del conte Bosone è il primo nome di persona associato a Biella o al Biellese? Si tratta forse dell’esordio di una identità, di una individualità legata a questo territorio? In effetti, il diploma imperiale del 10 luglio 826 risulta essere non solo il primo documento scritto in cui si può leggere la parola “Bugella”, ma anche il primo in cui quel termine, che designa una località circoscritta, è connesso a una persona (oltre che agli imperatori, ovviamente. che erano i padroni di queste terre). Può sembrare un dettaglio, e forse in generale lo è, ma se ci si ponesse, per curiosità e per gioco, alla ricerca del “primo biellese” occorre tenerne conto. Però Bosone non aveva nulla a che fare con Biella e dintorni. Se era sassone, come verosimilmente si sostiene, e se era un alto funzionario dell’Impero con importanti incarichi e conseguenti poteri e derivanti beni e privilegi, è probabile che “Bugella” fosse una delle sue tante terre. Resta agli atti che, se il documento non tramanda il falso, fu Bosone a chiedere agli imperatori Ludovico “il Pio” e suo figlio Lotario uno scambio di territori e, sempre che sia tutto vero, potrebbe essere stato lui a indicare questa nostra parte di mondo da permutare con Beek, presso Nimega. Supposizioni che la lasciano il tempo che trovano. In ogni caso, la condizione di Bosone non ne fa un biellese, non ne fa un “residente”, ammesso e non concesso che Bosone sia mai stato, almeno una volta nella sua vita, nella “sua” Biella. E allora? Allora il diploma di Ingelheim dell’826, come per tanti altri aspetti, custodisce più domande che risposte. Vale la pena di cercare ancora. E non si può farlo all’indietro, visto che è su quella pergamena che si legge il toponimo “Bugella” per la prima volta. Nei secoli precedenti, fin dall’epoca romana e anche ex ante, queste colline, queste vallate e queste piane erano abitate, ma in nessuna delle testimonianze scritte risulta una seppur vaga identificazione dei luoghi. Non c’era la consapevolezza o non ci fu mai la necessità di indicare una localizzazione o, se ci fu, quelle tracce sono andate perdute o non sono ancora state recuperate. Nel documento dell’826 si geolocalizza “Bugella” con una gerarchia amministrativa molto chiara: Biella stava “in Langobardia in pago videlicet Ictimolum [o Ictimolorum, n.d.a.] quod pertinet ad comitatum Vercellensem”. Nella terra che era stata dei Longobardi fino alla caduta del loro regno per mano di Carlo Magno (774), ma che ancora si chiamava Lombardia (il Piemonte come espressione geografia nascerà molto più tardi), nella terra degli Ittimuli (Vittimula) che apparteneva al comitato (contea) di Vercelli. I riferimenti geografici tra Vittimula e Vercelli si riscontrano anche nell’antichità romana in relazione alle aurifodine della Bessa, ma non è questo il tema di queste colonne. Il tema è che, proprio dall’antichità romana si hanno segni identitari e individuali di “biellesi”, ma nessuno di loro è testualmente connesso al Biellese e, tanto meno, a Biella. Nella pubblicazione “Microstorie di romanizzazione. Le iscrizioni del sepolcreto rurale di Cerrione” (Università Ca’ Foscari, 2013) si incontrano i nomi leponzi e latini di tanti cerrionesi (più di 200 tombe) sepolti lì, tra il II secolo a. C. e il IV secolo d. C. Quel cimitero indicato come “parlante” per via delle tante storie di persone e di famiglie che racconta, non dice però nulla sui luoghi di appartenenza. Non ce n’era bisogno. Lo stesso dicasi per i resti della necropoli scoperta ai piedi della collina della Vialarda. Idem per quanto riguarda la lapide del “sagarius” di Lessona, il tessitore di panni (mantelli) Quinto Quarzio (o Quarto). Un progenitore illustre per i lanaioli nostrani, ma non esplicitamente biellese. Quest’ultimo e tutti gli altri, almeno in linea teorica, avrebbero potuto essere forestieri, migranti economici, non abitanti stabili, privi di ius sanguinis, soli ecc… Questione, mutatis mutandis, tuttora d’attualità. Il salto di qualità, come detto, non avvenne nell’826. Si deve procedere oltre, nel dopo. Sì perché per riuscire a incontrare un “vero” biellese occorre viaggiare nel tempo ancora parecchio. Il più antico documento locale, ovvero relativo a Biella, scritto a Biella e conservato a Biella, si trova presso l’Archivio Storico del Capitolo di Santo Stefano. Data al 9 novembre 988. Come a dire 162 anni dopo la permuta di Bosone. È più o meno la stessa distanza cronologica che ci separa dall’Unità d’Italia… Ebbene, quel documento, una banale compravendita di terreni, ci fa conoscere i nomi di almeno due biellesi. A tutti gli effetti, in senso documentario, i primi. Quel lontano giorno autunnale (fatti i debiti aggiustamenti del calendario doveva essere un venerdì), il notaio Andrea, che non si dichiara biellese, ricevette “feliciter” l’atto in quel di “Buiella”. La “cartula” sanciva la cessione di immobili da parte di “Rotofredus filius quondam Adoni de loco Buiella” a favore del “presbiter Florencius de predicto loco Buiella”. Dunque, Rotofredo e don Fiorenzo. Allo stato dell’arte, in attesa di nuove risultanze, i primi biellesi in senso stretto sono loro. Appena prima dell’anno Mille. Il documento del 988 racconta anche altre cose interessanti. Rotofredo viveva secondo la legge salica (altri suoi contemporanei seguivano quella longobarda, altri ancora quella alemanna) e per otto soldi cedette un terreno tenuto a vigna e un altro a campo. La vigna si estendeva in una regione di Biella detta “Lado”. Quella terra confinava per tre lati con le proprietà “domnorum regum”, cioè possedimenti regi (imperiali). Sul quarto lato il confinante era tale Manfredo (quasi certamente il terzo biellese). Il campo, invece, era in regione “Faiola”. Attorno c’erano terreni di San Pietro (?) e quelli di San Cassiano (?). Quell’area era detta “tumbas” (un antico cimitero?). In tutto per una superficie di due pertiche “iugeales” e mezza, cioè circa 3.000 metri quadri (sempre che l’equivalenza sia corretta). Lo strumento fu completato con una tipica formula giuridica longobarda piuttosto suggestiva. Il passaggio di proprietà fu simbolicamente eseguito “insuper cultellum, festucam nodatam, vuantonem et vuasonem”, ossia sul coltello, sulla festuca annodata, sul guantone e sul guasone. Il coltello rappresentava il potere di dividere e tagliare, conferendo il diritto di sfruttamento del suolo. La festuca, ossia un rametto annodato, indicava il vincolo contrattuale e il trasferimento formale della proprietà. Il guanto e la zolla di terra (o un abito) consegnati dal venditore al compratore concretavano il trasferimento dei diritti proprietari. Il notaio Andrea compose il testo “bergamena cum actramentario” (sulla pergamena con il calamaio) levandoli “de terra”. Altro gesto simbolico abituale nella stesura degli atti notarili di allora. Le poche righe del 9 novembre 988, scritte più di un secolo e mezzo dopo il diploma di Bosone, lo superano anche per un ulteriore aspetto. Se nel documento in cui “Bugella” si manifestava per la prima volta il territorio era espresso come un luogo verisimile, ma non davvero reale (la descrizione dell’826 è stereotipata, un mosaico di elementi che non mancavano in nessun paesaggio), nell’atto di Rotofredo, di don Florenzio e, probabilmente, di Manfredo il territorio è quello vero. Una vigna e un campo reali, due toponimi precisi (anche se non localizzabili), il riferimento a quelle “tombe”. E San Pietro e San Cassiano? Due chiese, due cappellanie? Troppo poco per disegnare un panorama o per identificare un’area specifica, ma è un inizio valido. La “Bugella” quasi teorica di Bosone era diventata una comunità fatta di uomini (tra cui un prete) che compravendevano terreni davanti a un notaio e a un certo numero di testimoni… Ecco, nulla di più facile che anche i testi fossero biellesi (pur senza conferma diretta), dato che la “cartula” era stata rogata a “Buiella”. I loro nomi: Onemundo, Costone, Pietro (o Giovanni), anche loro professanti la legge salica. E poi Astone, Isdulfo e Odone. Questi nominativi si leggono nella trascrizione dello strumento pubblicata nella prestigiosa raccolta intitolata “Historiae Patriae Monumenta” (tomo primo, Torino 1836). La comunità si era allargata… Quanti erano i biellesi allora? Non è dato a sapersi, ma abbastanza per creare un mercato immobiliare. La vendita in oggetto non poteva essere un avvenimento isolato. C’era una prassi collaudata e questa derivava dall’abitudine. Il documento di Bosone ha una storia tutta sua, ma è anche generatore di storie diverse, come questa e altre ancora.
Bugella 826: il tempo locale, i biellesi di allora e la Storia
I biellesi dell’826 pativano il caldo, allevavano maiali e non mungevano le mucche.
Nell’826 moriva il vescovo di Vercelli (e di Biella) Albino. Suo successore fu Auterico.
Dall’826 franchi, longobardi e latini tutti uguali di fronte alla legge

Contadini del IX secolo raffigurati nel “Calendario di Salisburgo” (i due mesi illustrati sono maggio e giugno). I biellesi dell’826 non dovevano essere molto diversi.

Ritratto ottocentesco (quindi “immaginario”) di papa Eugenio II.

Il martirio per lapidazione subito da Santo Stefano patrono di Biella. L’affresco si trova nella chiesa del monastero di San Giovanni Battista di Müstair nel Cantone dei Grigioni e risale al IX secolo.

Un’incisione del 1842 raffigurante l’abbazia di Sant’Albano di Magonza.
La fisica ci dice che il tempo non scorre nello stesso modo in luoghi diversi. A condizioni locali differenti le ore non passano alla medesima velocità. Oltre a quello dei fisici c’è anche il tempo della Storia. Ci sono posti in cui accadono eventi importanti, epocali. Altrove, invece, non avviene nulla (almeno in apparenza…) e il tempo sembra immobile. Non un prima, non un dopo, nessuna variazione. Il passaggio di proprietà di Biella e dei suoi abitanti dall’Impero al conte Bosone, il 10 luglio 826, è stato a suo modo un avvenimento. A Ingelheim am Rhein di sicuro, con tanto di diploma della cancelleria imperiale, mentre a Biella… Mentre lassù, lungo il Reno, a poche miglia a ovest di Magonza gli imperatori avevano da poco concluso un “conventus non modicus”, cioè un’assemblea (i più colti la chiamerebbero dieta) di non indifferente rilevanza. A Biella, invece, non succedeva niente e i nostri antenati soffrivano il caldo. Un caldo simile a quello odierno. Studi di specialisti dell’evoluzione del clima e della biosfera, confermano che, a partire dalla metà del V, secolo si verificò un raffreddamento delle temperature. Poi, però, all’incirca dalla seconda metà dell’VIII secolo, si registrò un progressivo innalzamento. Tale condizione culminò nel XII secolo. A seguire vi fu “la piccola era glaciale”. L’estate dell’826 favoriva l’agricoltura, ma si doveva fare i conti con fenomeni temporaleschi violenti che, potenzialmente, potevano distruggere le colture dei biellesi. Già non erano particolarmente redditive, quindi la pioggia battente e la grandine non erano le benvenute. Ma che cosa si poteva opporre all’ira di Dio sotto forma di scrosci e tempesta? Preghiere. Tanto per cominciare per chiedere l’intercessione di Santo Stefano, il Protomartire, che era morto lapidato. Come percosso da una gragnuola non di ghiaccio, bensì di pietra. Martiri a parte, i biellesi dell’inizio del IX secolo sperimentarono inverni brevi, magari senza gelo né neve. I vecchi dicevano che i loro vecchi parlavano di alte coltri bianche e di grandi ghiacciai tra le montagne più alte che, tuttavia, stavano scomparendo sciolti dalla calura estiva. I biellesi dell’826 praticavano l’allevamento del bestiame forse anche con transumanze a corto raggio per sfruttare i più freschi pascoli montani durante l’estate. Ma questo era per lo più riservato agli ovini e ai caprini. I bovini non giocavano il ruolo fondamentale che assumeranno nei secoli dopo al Mille. La produzione del latte e formaggio non era la priorità rispetto all’utilizzo delle mucche che erano tenute quasi esclusivamente per la carne, mentre i buoi fornivano la forza lavoro per la campagna. Pecore e capre godevano di maggior considerazione, le prime anche e soprattutto per la lana. Il tempo che (non) passava da queste parti non era quello di Ingelheim. A giugno, durante la citata dieta, Ludovico “il Pio” aveva ricevuto una folta delegazione di danesi, capeggiata dal loro re Heriod (Harald Klak Halfdansson). Lui, la regina consorte e il suo numeroso seguito erano scesi fino a Ingelheim per farsi solennemente battezzare. Quella cerimonia è indicata come l’esordio del Cristianesimo tra i danesi. Nulla di epocale, ma sempre più di memorabile del governare i maiali nella “curtis Bugellae”. Già, il maiale. Allora era il vero amico dell’uomo. Tenuto addomesticato o semi-selvatico, il porco doveva vivere piuttosto bene a Bugella e dintorni. C’erano ghiande in abbondanza e faggiole e molto altro. Ovviamente, con i predatori delle foreste biellesi di allora (orsi, lupi, volpi e linci), c’era sempre il rischio per i porci di essere sbranati, ma era di fatto un’alternativa meno frequente all’essere scannati per finire sulla tavola degli abitanti di un manso biellese. O, più probabilmente, nella cucina di qualche nobile o possidente vercellese. Il battesimo di massa dei danesi deve essere avvenuto il 24 giugno. E non esattamente a Ingelheim, bensì nell’abbazia di Sant’Albano di Magonza, dove la corte si era trasferita. Nel corteo nuziale c’era anche Fridugiso, il cancelliere titolare che è menzionato nel nostro documento. Facilmente il vice-cancelliere, Durando, cioè colui che effettivamente validò il diploma del 826, era invece lontano dalla corte, forse in viaggio. In quel periodo era stato nella natale Settimania, più precisamente a “Vernodubrus” (l’odierno Saint-Chinian) dalle parti di Narbona. Vi aveva fondato un monastero in onore di Sant’Aniano. Ed era tornato sul Reno giusto in tempo per apporre la sua firma sul diploma di “Bugella” del 10 luglio. I franchi non erano nomadi (non più…), ma neppure troppo stanziali. Gli imperatori avevano palazzi un po’ ovunque, di qua e di là del Reno, e si spostavano molto in continuazione. Prova ne è che, dopo la cerimonia di Sant’Albano, Ludovico “il Pio”, il figlio Lotario e tutta la loro chiassosa e ingombrante “tribù” erano tornati a Ingelheim. Dopo il documento del 10 luglio gli imperatori traslocarono di nuovo. Il 1° agosto erano a “Carisiacum” (Compiègne) sull’Oise, tra Reims e Parigi. Stando ai “Regesta Imperii”, pubblicati da Johann Friedrich Böhmer a partire dal 1829, in quella occasione il suddetto Durando aveva presentato all’imperatore la sua iniziativa narbonese. Aveva dotato il neonato monastero di molti beni e vi aveva radunato dei monaci sotto l’abate Woica. Ma aveva ritenuto più saggio porre l’intera comunità monastica sotto la l’egida imperiale. Così, in quel 1° agosto 826, padre e figlio imperatori accolsero il monastero, affinché fosse meglio difeso, sotto la loro speciale protezione e tutela di immunità. Di quel monastero non è rimasto granché. Ma prosperò fino al XIII secolo, quando fu ingentilito da un bel chiostro. Dal 1855 è la sede del municipio del villaggio. Di tutto questo, ovviamente, nemmeno una lontanissima eco giunse a Biella. Le acque del Cervo, dell’Oremo e dell’Oropa restavano pescose e le api continuavano a produrre il loro miele. Nessuna nuova, buona nuova. Nell’826, a spese dei bizantini, i musulmani avevano occupato Creta e iniziato la conquista della Sicilia. A “Bugella” nessuno aveva mai visto un musulmano e nemmeno la Sicilia. Gli artigiani facevano un po’ di manutenzione agli steccati e alle capanne. Quello era il tempo dei falegnami e non dei muratori, visto che di mura, di mattoni o di pietre, ce n’erano assai poche o nessuna. Il 31 gennaio 826 era morto il principe Fulrado di San Quintino, misso dominico di Carlo Magno. Dall’823 era stato nominato abate laico di dell’abbazia di San Pietro di Lobbes (nell’Hainaut, in Belgio) e lì era passato a miglior vita. Nessun biellese lo aveva sentito nominare. Però a Biella sapevano che era morto il vescovo di Vercelli, Albino, che era anche il vescovo dei biellesi. Chi avrebbe preso il suo posto? I soliti bene informati, che esistevano già allora, pure tra gli sperduti cascinali del pago degli Ittimuli, facevano il nome di tale Auterico. I preti, che venivano a officiare la chiesa di Biella, quelli che battezzavano i cristiani e che maledicevano i mezzi pagani che ancora vivevano su queste terre, non avevano fornito una versione ufficiale. Si trattava, in effetti, di scendere fino alla grande città, cioè Vercelli, e trarre informazioni di prima mano. Ma era un pur sempre, tra andata e ritorno, un viaggio da tre-quattro giorni e non si faceva tanta strada, con la gentaglia che girava per le campagne, solo per scoprire l’identità del vescovo. A Roma papa Eugenio II preparava il sinodo che si sarebbe svolto in autunno. C’era la questione della “Constitutio romana” da risolvere. Alla fine, il sommo pontefice l’avrebbe approvata con tutte le sue conseguenze. L’aveva imposta Lotario, il giovane co-imperatore che firmò il documento di Biella, fin dall’824 e andava ratificata. Prevedeva il diritto, da parte dell’imperatore di confermare il papa appena eletto. E il papa avrebbe dovuto giurare fedeltà allo stesso imperatore. Questo ai biellesi interessava poco o nulla. A loro, essendo di “etnia” mista, interessava assai di più che l’amministrazione della giustizia, avrebbe tenuto conto delle origini e consuetudini delle genti non latine e di condizione non servile, sottoposte all’autorità papale. Il diritto salico e quello longobardo si sarebbero affiancati a quello romano, fino ad allora utilizzato in forma quasi esclusiva nei tribunali. Quindi un biellese (libero), di genìa franca o longobarda avrebbe avuto lo stesso trattamento di un latino. Vien da dire che la Storia ha i suoi tempi, ma alla fine arriva dappertutto.
826-1245: una grande “curtis” diventa una piccola “civitas”
La “Bugella” dell’826 si trasforma in città in quattro secoli
Fino a dopo il Mille, Biella non valeva più di Bioglio o Ponderano
Fu la nascita del Piazzo nel 1160 a cambiare il destino di Biella?

Carlo detto “il Grosso” in un ritratto (immaginario) di metà Ottocento.

Ottone III in una miniatura dell’anno Mille circa.

Federico detto “Barbarossa” in una miniatura del 1188 circa.

Un notaio medievale al lavoro al Piazzo, tra compravenditori e testimoni. Naturalmente si tratta di una ricostruzione realizzata con l’AI.
A cinque giorni dalla ricorrenza ufficiale dei 1200 anni dalla prima menzione scritta di “Bugella”/Biella, vale la pena di tirare le somme di questo ampio “giro” nella Biella alto-medievale iniziato tre settimane fa. Consultando le fonti edite è stato possibile proporre un’immagine più o meno veritiera e, per certi versi, dinamica della realtà della Biella del IX secolo e del periodo appena successivo. Ma c’è un fatto incontestabile che ha reso il discorso comunque molto approssimativo: ci sono troppo poche carte (pardon, pergamene) per ricavarne un quadro anche solo lontanamente preciso, della vicenda del diploma di Bosone del 10 luglio 826 e di ciò che lo ha seguito nell’immediato e nei secoli successivi. Eppure quel documento, se non altro, riesce ancora, a dodici secoli di distanza, a farci porre un certo numero di buone domande. E, forse, a indurci a vedere la nostra storia più remota sotto altri punti di vista. Tanto per cominciare si può notare che la “curtis” che era Biella all’inizio del IX secolo non è diventata “civitas” fino al XIII secolo. Sono quattrocento anni. Negli ultimi tre articoli si è fatta l’abitudine a lassi temporali così ampi, ma tanta distanza cronologica spaesa sempre un po’. Ci sono voluti quattro secoli perché una grande (?) azienda agricola si trasformi in una piccola (?) città. Ma tale evoluzione, manco a dirlo, non è davvero documentata. Che cosa accadde? Difficile dirlo, ma si tratta in ogni caso di “esordi improvvisi”. Nell’826 il conte Bosone permutava il suo possedimento olandese con Biella nella sua forma di cascina maggiore e cascine minori annesse, con il suo paesaggio attorno. “Bugella” appare, così. Alla metà del Duecento, gli statuti cittadini, senza preavviso, dicono che Biella è una città. Senza dirci da quando. Senza dirci come. Si è già detto che, dopo l’826, la prima “nuova” attestazione dell’esistenza di Biella risale all’882, nel diploma di Carlo detto “il Grosso”. La autenticità del documento è stata messa in discussione. In effetti, ne esistono solo copie notarili (come fa notare Andrea Coda Bertetto nel suo volume “Biella e il Biellese tra il primo e il secondo millennio”) e la più “vicina” all’originale data al 1340 (quasi mezzo millennio dopo). Autentico o meno che sia, quel diploma non cambia di una virgola la nostra percezione di Biella. Una “curtem nostram magnam” che l’imperatore cedeva al vescovo Liutvardo, un franco formatosi a Reichenau che divenne anche abate di Bobbio e che morì combattendo contro gli ungari. Si ponga il caso che quella cessione sia falsa o parzialmente falsa. Dove e quando ritroviamo Biella nel grande mare della Storia? Un viaggio non da poco ci attende. Un altro diploma, del 945, sembra far riferimento a Biella. Sembra, perché in quella conferma di poteri ai canonici di Sant’Eusebio di Vercelli si cita il Cervo e il Sesia e… Briula. Briula? Accostata a una cappella dedicata a San Colombano. Se anche fosse davvero Biella, quel Briula, è appena un toponimo. Non era più una “curtis”, non era ancora una “civitas”. Ci sono poi altri diplomi che riguardano il Biellese in quel periodo: uno nel 963 e un altro nel 985. Di Biella, in quegli scritti, non c’è traccia. Che cosa significa? C’è il dubbio lecito che “Bugella” sia “uscita” dalla Storia? Che sia “entrata” nell’826 per poi sparire o quasi per parecchio tempo? Perdita di importanza o una sorta di sviluppo selettivo? Magari Biella cresceva “solo” come centro religioso, come pieve, rispetto alla diocesi eusebiana, ma per il resto non era altro che un luogo. Nel 999, il 7 maggio, riecco “Bugella” in un diploma di Ottone III. Biella e le sue pertinenze (che includevano il Vernato) confermate al vescovo Leone. L’imperatore non mutava quanto stabilito dal suo predecessore Carlo a favore di Liutvardo (forse il diploma dell’882 non era così fasullo…). Ma Biella è una terra come le altre. Non vale più di Andorno o Sostegno, di Cossato o di Bioglio. Che cosa era alla fine del primo millennio? Non si sa. E l’anno seguente, quando lo stesso Ottone III appose il suo sigillo su un nuovo diploma “biellese”, Biella non c’è. E non ci sarà neanche nel 1001 e nel 1014. Nel frattempo erano passati due secoli da Ludovico “il Pio”, da Lotario e da Bosone. “Bugella” tornerà solo nel 1039. Ecco ancora il Vernato e le solite pertinenze, ma nulla di più. E così, senza aggiunta alcuna, anche nel 1052. Ci si può ripetere: non era più una “curtis”, non era ancora una “civitas”. I documenti imperiali non offrono altro. E quelli locali e privati? La settimana scorsa si è data un’occhiata a quelli del Capitolo di Santo Stefano, appena prima del Mille. Nell’atto di vendita del 988 la data topica è “loco Buiella”. Niente di più, ancora e sempre e soltanto un “loco”. Nel 1010 un prete di nome Angelberto risiedeva nel luogo di Biella. Nel 1027, Benedetto del fu Costanzo, che seguiva la legge longobarda, donava “a favore della chiesa e pieve di S. Stefano posta presso il castello di Biella, soggetto alla potestà del vescovo di Vercelli, di quanto ha nel luogo e territorio di Chiavazza” (così sui “Historiae Germaniae Monumenta”). L’atto fu scritto “in loco Bugella”, ma il “loco” aveva un castello accanto alla chiesa di Santo Stefano. Nel 1031 si apprende della “vendita fatta da Giovanni, del fu Gisalberto, e Bruna giugali abitanti nel luogo di Biella, di legge romana, a Teudaldo, figlio di Eremprando, delta terza parte di un sedime con case e viti, e di un chiostro con alberi situati nel luogo e territorio di Vernato in Gembediga presso il castello vecchio che già fu in esso luogo di Vernato” (sempre dai “Historiae Germaniae Monumenta”). Biella restava un “luogo”, ma salta fuori un castello del Vernato che era già vecchio allora… Niente male. Biella all’epoca aveva già il suo “castrum”, ma in quali rapporti era con quello vernatese? Una delle buone domande di cui sopra… Un segnale differente è quello che arriva dal 1090. Un altro strumento notarile, ma questa volta compilato “in villa de Bugella iuxta mercatum ipsius loci”. Non era ancora una “civitas”, ma almeno una “villa” con tanto di mercato. A livello lessicale quel “villa” appare come un anacronismo. “Villa” si usava ai tempi delle “curtes”, ma tant’è. Facciamo un altro passo. Arriviamo alla metà del XII secolo. Di lì a cento anni Biella sarebbe stata indicata come città. Ma verso il 1150 non era ancora il momento. Quando Federico detto “il Barbarossa”, nel 1152, confermò sul Biellese i poteri episcopali vercellesi in capo al vescovo Uguccione, Biella non aveva una particolare statura civile. Aveva le sue buone vecchie pertinenze, retaggio di remote strutture topografiche e/o amministrative, ma nulla di più. Otto anni dopo, lo stesso Uguccione fondò il Piazzo. Era il 12 aprile 1160 e Biella era ancora un “loco”. Un luogo che, nella tua toponomastica conservava tracce assai antiche che ci riportano all’epoca di Bosone. Sì, perché proprio verso il 1150, nelle note delle riscossioni delle decime dovute al Capitolo di Santo Stefano, si incontrano quei “mansi” che non erano mai spariti dal territorio di Biella. Ce n’era uno in Riva, uno era quello del prete Lorenzo e di Rofredo, e un altro ancora appartenente a un certo Mauro Rabia. Erano quelli menzionati genericamente e sena nome nell’826 o altri costituiti dopo? Un’altra buona domanda. Ma se i “mansi” rappresentavano il passato, c’era nell’avvenire di Biella una dimensione urbana ormai incipiente. E se fosse stata la nascita del Piazzo ad accelerare o, addirittura, a generare la transizione? Dal momento della fondazione del Piazzo (1160) alla comparsa degli “Statuta Comunis Bugellae” (1245) la vita della comunità biellese pare essersi scissa. Anzi, in termini strettamente numerici la quantità di atti notarili ricevuti al Piazzo superò quelli redatti al Piano e altrove (almeno per quanto si può dedurre dalle fonti disponibili). C’era vita lassù! Una vita nuova, forse. Questa condizione non fece cambiare la denominazione: “Bugella” restava “Bugella”, e basta. Ma lo sdoppiarsi tra Piano e Piazzo può aver “creato” quello status cittadino che ancora mancava (anche tenendo presente che Ghiara e Vernato erano comuni a se stanti). Liquidare la questione in questi termini è semplicistico, ma tale ipotesi va presa in esame. “Bugella” senza “Plaç” non sarebbe diventata la Città di Biella? Un’ultima buona domanda… Di certo, nell’826, gli imperatori e il conte Bosone avevano una prospettiva ben diversa. Come oggi, anche allora era impossibile prevedere il futuro.